ALL'INIZIO DEL 1993 la Fininvest è sull'orlo del fallimento.

. di Marco Travaglio


ALL'INIZIO DEL 1993 la Fininvest è sull'orlo del fallimento.

Indebitata e inquisita fino al collo, I «comitati corporate» dei top
manager e dei dirigenti del gruppo si riuniscono quasi ogni giorno con
Silvio Berlusconi nel quartier generale di Milano2 per l'estremo
salvataggio.

L'ingegner Guido Possa, segretario particolare del Cavaliere, verbalizza in
«report» che finiranno in mano al pool di Milano.

Il 22 gennaio il direttore finanziario Ubaldo Livolsi fa il punto sui
debiti: 4550 miliardi di lire, 700 in più del '91.

E «il sistema bancario non è disposto ad aumentare l'affidamento nei nostri
confronti (alcune banche anzi han chiesto a noi, come a tanti altri clienti,
piccole ma significative riduzioni dell'esposizione (...). La situazione è
molto seria».

Il rischio è il fallimento:

«Basterebbe una sia pur lieve flessione delle entrate pubblicitarie della tv
(non improbabile vista la recessione) (...) per porci in grosse difficoltà».

Anche il Cavaliere vede nero: «La nostra tv è un'azienda matura, con buona
redditività, ma lentamente si avvia al decli no». Ci vorrebbe un'idea.



Un'idea meravigliosa

I dirigenti suggeriscono di vendere un pezzo di Telepiù o di quotare la
partecipazione della Silvio Berlusconi Editore in Mondadori, così da
rimborsare le banche.

Ma il Cavaliere dice no e il 22 febbraio illustra, ai suoi uomini attoniti,
un piano temerario.

Possa annota: «L'unica concreta azione possibile a breve è un accordo con
la Rai: potrebbe ridurre i costi di 300-350 miliardi l'anno.

È urgente intervenire nel processo di ridefinizione della struttura Rai, per
far sì che le massime responsabilità siano assunte da veri manager (coi
quali sarebbe più agevole raggiungere un buon accordo) e prega Roberto
Spingardi (capo del personale Fininvest) di suggerirgli nominativi di
persone papabili (congiuntamente a G. Letta)».

Il padrone della Fininvest vuole scegliersi i capi della Rai.

Imbottirla di manager «amici» perché «tengano bassa» la programmazione,
dando fiato alle boccheggianti reti di Milano2.



Nel '93 la guerra dell'audience ha dissanguato le casse Fininvest.

Se - ragiona Berlusconi - si convince la Rai a un disarmo bilanciato, i due
contendenti abbassano gl'investimenti, la qualità e i costi. Intanto la Rai
perde il primato negli ascolti e Fininvest incamera più spot e alza i prezzi
(mentre la Rai ha un tetto di spot invalicabile, già al limite).

Ma nel nuovo governo «tecnico» Ciampi non ha amici. E nemmeno nel nuovo Cda
Rai.

In Viale Mazzini arrivano i «professori», sotto la presidenza di Claudio
Demattè, che danno spazio a professionisti come Guglielmi, Iseppi, Freccero,
Aldo Grasso.

Torna persino Beppe Grillo.



Il Cavaliere è disperato, ricorderà Dell'Utri: «Nel settembre '93 Berlusconi
mi convocò ad Arcore e mi disse:
"Marcello, dobbiamo fare un partito"(...).

C'era l'aggressione delle Procure e la Fininvest aveva 5000 miliardi di
debiti. Franco Tatò, amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d'uscita:

"Cavaliere dobbiamo portare i libri in tribunale"».

Così Berlusconi si fa avanti con Demattè e butta lì la proposta indecente:
un accordo di cartello per spartirsi audience e pubblicità.

Come annoterà il consigliere Paolo Murialdi, i rappresentanti delle due
aziende discutono come «ridurre le spese degli acquisti e di produzione di
Rai e Fininvest».

Con tanti saluti al libero mercato, il Cavaliere pretende «una ripartizione
dell'audience in parti uguali, nella misura del 45%».

A vantaggio di Mediaset, che sta sotto la Rai: «All'epoca un punto di
audience equivaleva 20 miliardi di introito pubblicitario».



Proposta indecente

Demattè rifiuta perché «era inaccettabile: un accordo di ferro per dividerci
in partenza le quote di audience.
Se uno dei due superava la quota, doveva provvedere a scaricare il
palinsesto (...):

inserire programmi di bassa qualità e basso costo per permettere alla rete
concorrente di riguadagnare le quote perdute».
Demattè pagherà caro il gran rifiuto. Il 9 giugno '94, al governo da un
mese, Berlusconi attacca la Rai perché fa concorrenza a Fininvest:

«È un servizio pubblico, non dovrebbe curarsi di raggiungere il massimo di
ascolto, casomai coprire i vuoti che le tv commerciali lasciano aperti>.

Il 26 giugno, in gran segreto, riunisce ad Arcore i manager di Publitalia
per esaminare il piano triennale di risanamento Rai elaborato da Demattè:
aumenti automatici del canone legati al costo dei programmi trasmessi e
crescita del 5% annuo del fatturato pubblicitario.

Ma i manager Fininvest lo bocciano: se la Rai cresce ancora, il Biscione
tracolla.

La contro-proposta è contenere i ricavi pubblicitari della Rai, con «un
tetto di 1000-1100 miliardi annui».
Berlusconi boccerà come «scandaloso» il piano triennale della Rai e, visto
che i professori non si dimettono, il 31 giugno li licenzia con un
emendamento di 5 righe al decreto salva-Rai.

Il nuovo vertice di Viale Mazzini è di stretta osservanza berlusconiana.
Presidente Letizia Moratti, al Tg1 Carlo Rossella, al Tg2 Clemente Mimun, e
così via.
Qualche mese più tardi, cambio della guardia anche al vertice della Sipra:
via Edoardo Giliberti, che nel '93 ha aumentato il fatturato del 7% (contro
l'l.5% di Publitalia), dentro Antonello Perricone, ex Publltalia.

La presidente Moratti è stata chiara: «La Rai dev'essere complementare alla
Fininvest».
Dice Demattè: «Giliberti ha ottenuto risultati straordinari, ma non si
sarebbe fatto corrompere».
Giliberti conferma: «Era un accordo sull'audience che avrebbe inciso sulla
pubblicità.
Abbassare l'audience è facile: basta spostare i programmi pomeridiani in
prima serata e viceversa.
L'audience crolla nello spazio di un mattino».


Pubblicità, la grande torta
Il primo governo Berlusconi dura solo 7 mesi.
Ma nel '96 Berlusconi quota in Borsa le sue tv (nuovo marchio: Mediaset),
scaricando i debiti sul mercato.
Nel 2001 torna a Palazzo Chigi, infiltra i suoi uo­mini alla Rai e il piano
del '93-'94 si concretizza.

Per cinque anni. Calisto Tanzi, patron della Parmalat racconta che
Berlusconi nel '94 gli aveva chiesto «un aiuto»:
«Insie­me concordammo di utilizzare il canale della pubblicità per
finan­ziare occultamente Forza Italia.

Trasferimmo quote di pubblicità Rai a Publitalia, anche se non ne sono
sicurissimo, ma certamente l'accordo con Berlusconi prevede­va che le
tariffe degli spot non go­dessero di particolari sconti e/o promozioni.
Parlai con Barili, ca­po del settore, dicendogli di favori­re Mediaset, cosa
che fece».

Non c'è solo Parmalat, a trasferire i suoi spot dalla Rai alle reti
Mediaset per compiacere il nuovo inquilino di Palazzo Chigi:
nel 2001 Telecom ri­tira dalla Rai investimenti per 77,5 miliardi di lire,
la Nestlè per 20, la Fiat per 9.



Nel 2003 70 aziende di­stolgono i loro investimenti dalla stampa per
girarli alle reti Mediaset, sottraendo 165 milioni di euro alla stampa e
trasferendone un centinaio al Biscione.

Secondo il Garante, i ricavi di Mediaset salgo­no dai 1497 milioni di euro
del 1998 ai 2157 del 2004, mentre quelli della Rai salgono solo fino al
2000, poi si bloccano dal 2001 al 2003.

Anche perché tra il 2002 e il 2003, grazie alla gestione Baldassarre-Saccà
e alla cacciata di Biagi, Santoro e Luttazzi, la Rai ha perso la sfida -
prima sempre vinta - del prime time, passando dal 47.6% di share (contro il
43 di Mediaset) a un misero 43.6% (contro il 46.4% di Mediaset).

Uno crollo di 4 punti, talmente plateale da por­tare al «Raibaltone» del
2003, con l'arrivo del duo Annunziata-Cattaneo che recupererà qualche
pun­to, portando i due colossi al pareggio.

Intanto però alla Rai coman­dano uomini Mediaset, da Deborah Bergamini ad
Alessio Gorla, in costante contatto con la "concor­renza" e con lo staff del
premier pa­drone.
Proprio quel che Berlusco­ni sognava nel '93.
Mediaset or­mai è una gigantesca macchina da soldi: altissimi ricavi
pubblicitari (2,5 miliardi di euro l'anno), bassis­sime spese per i
palinsesti (1 miliar­do). Il 22 marzo 2005
Mediaset an­nuncia «i migliori risultati econo­mici e finanziari dal '96».
Utile net­to a 500 milioni (+35,3%), raccol­ta pubblicitaria a +9,1.

Un'azione Mediaset vale 187% in più del '96. E Berlusconi, ha triplicato il
suo pa­trimonio dal '94: da 3,1 a 9,6 mi­liardi di euro.

Niente male.

Nel '94, diceva a Montanelli e Biagi:
«Se non entro in politica finisco in galera e fallisco per debiti».
l'Unità (26 novembre 2007)


Marco Travaglio

Commenti

Jazz ha detto…
grande travaglio, sempre puntuale e pragmatico...e con tanto cuore..

www.impazzito.it

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