Sul divenir cittadino

Per i lettori del mio blog oggi ho selezionato un trafiletto di "Piero Bevilaqua" tratto dal libro "Breve storia dell'Italia meridionale". Buona lettura a tutti i non meridionali.

Il momento dell'ingresso nel lavoro, per un giovane, costituisce un passaggio fondamentale della sua vita: è allora che egli si rende autonomo dalla famiglia, acquista per la prima volta la propria libertà e dignità di cittadino, grazie al percepimento di un reddito autonomo in cambio di una prestazione di lavoro. Ora, laddove esiste un maturo mercato del lavoro, regolato da criteri di merito e di efficienza, il passaggio dalla famiglia all'autonomia individuale rappresenta per un giovane una transizione relativamente normale. Nel mezzogiorno non è così. Proprio al momento del trasferimento dalla famiglia alla società, il giovane che cerca lavoro è costretto nella gran parte dei casi a subire il "battesimo" della raccomandazione clientelare. Se vuole conseguire l'occupazione a cui a diritto, o per la quale crede di possedere i requisiti, egli deve, assai spesso, mettere in moto la catena delle conoscenze e delle influenze della famiglia, della parentela, delle amicizie, per arrivare agli uomini politici che possono decidere del suo destino sociale. Così, al loro "atto di nascita" gran parte dei cittadini meridionali vengono bollati per sempre dal marchio dei favori ricevuti, che dovranno restituire in seguito, dando vita in tal modo a un intreccio di scambi detinato ad allargarsi e a perpetuarsi. Ma un tale meccanismo porta a conseguenze che nessuna società industriale moderna può sopportare a lungo senza inceppi gravi nel suo operare. Accade, ad esempio, sempre pià spesso che l'occupazione, la carriera, il destino sociale di ingegneri, biologi, medici, di tante nuove e importanti figure di professionisti, vengano a dipendere dalle logiche e dai calcoli di politici e sindacalisti di nessuna cultura e competenza, nuovi "padroni" senza scrupoli di pezzi importanti della macchina statale periferica.

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